Di Fabio Verona
Un estratto del mio articolo pubblicato sul numero di Agosto sulla rivista Pasticceria Internazionale.
Entrare in alcune delle migliori pasticcerie del mondo significa comprendere immediatamente che qualcosa sta cambiando. Non è una questione di dolci più belli, di vetrine più ricche o di tecniche più sofisticate. Il cambiamento si percepisce ancora prima dell’assaggio, nell’atmosfera che accoglie il visitatore, nel ritmo del servizio, nella luce, nell’organizzazione degli spazi e nel modo in cui ogni dettaglio sembra concorrere a un unico obiettivo: far sentire le persone nel posto giusto.
Accade al Mandarin Oriental di Tokyo, dove ordine, silenzio e precisione si fondono in un equilibrio quasi perfetto. Accade nelle boutique di Pierre Hermé e Cédric Grolet a Parigi, dove ogni monoporzione è esposta come un oggetto d’alta moda. Accade anche a Londra, nelle bakery influenzate dalla cultura australiana e neozelandese, come Granger & Co. e Ozone Coffee Roasters, dove la pasticceria è diventata uno spazio da vivere durante l’intera giornata, capace di accogliere una colazione di lavoro, un brunch, una pausa pomeridiana o semplicemente qualche minuto di tranquillità.
Sono luoghi diversi per cultura, tradizioni e pubblico, ma accomunati dalla stessa visione: il prodotto rappresenta il punto di partenza, non il traguardo. Il valore nasce dall’insieme, dall’armonia tra qualità, servizio, ambiente e capacità di costruire una relazione con chi entra.
È questa la direzione verso cui si sta muovendo la pasticceria contemporanea.
Osservando le insegne che oggi guidano il mercato internazionale emerge un elemento comune: prima ancora di investire in marketing investono nelle persone!
Ogni collaboratore conosce il prodotto, la filiera, i produttori, gli abbinamenti e soprattutto sa raccontarli. La vendita diventa così una naturale conseguenza della competenza, e questo approccio cambia completamente il rapporto con il cliente.
Un cappuccino non è soltanto una bevanda. Un croissant non è soltanto un prodotto da banco, ma ogni servizio diventa un’occasione per creare cultura, dialogo e relazione.
Ed è probabilmente questa la differenza più importante rispetto a molti modelli ancora diffusi nel nostro Paese, dove la formazione viene spesso considerata un costo anziché uno degli investimenti con il più alto ritorno nel tempo.
Di fronte a questo scenario, la domanda che riguarda l’Italia nasce spontanea. Il nostro Paese possiede ancora uno dei patrimoni gastronomici e artigianali più ricchi del mondo, ma sta interpretando questa trasformazione con la stessa velocità con cui lo stanno facendo altri mercati?
La risposta non può essere ridotta a un semplice sì o no.
Sul piano della tecnica, infatti, l’Italia continua a occupare una posizione di assoluto prestigio. Le principali competizioni internazionali lo confermano con continuità. Analizzando gli ultimi anni della Coupe du Monde de la Pâtisserie di Lione e del World Trophy of Pastry, Gelato & Chocolate, il nostro Paese figura stabilmente tra le nazioni protagoniste insieme a Giappone, Francia e Cina.
| Nazione | 🥇 | 🥈 | 🥉 | Totale podi |
| Giappone | 4 | 4 | 2 | 10 |
| Italia | 2 | 1 | 3 | 6 |
| Francia | 2 | 2 | 1 | 5 |
| Cina | 1 | 3 | 0 | 4 |
Elaborazione basata sugli albi d’oro ufficiali delle competizioni.
Il talento, dunque, non è in discussione. Lo dimostrano i risultati, così come le tante eccellenze distribuite lungo tutta la penisola, capaci di attirare clienti da ogni parte d’Italia e dall’estero.
Eppure, osservando i modelli che oggi influenzano l’evoluzione del settore, emerge un dato interessante: non sono necessariamente i Paesi con i migliori pasticceri a guidare il cambiamento, ma quelli che stanno ripensando il ruolo stesso della pasticceria.
Per molti anni il successo di un locale è stato misurato quasi esclusivamente attraverso la qualità dei suoi prodotti. Oggi questo parametro rimane imprescindibile, ma non basta più a definire il valore di un’insegna.
Le persone non cercano soltanto un buon dolce. Cercano luoghi nei quali trascorrere parte del proprio tempo.
Può sembrare una sfumatura, ma è probabilmente il cambiamento più importante degli ultimi anni.
La pasticceria non compete più soltanto con quella all’angolo. Compete con tutti gli spazi ai quali decidiamo di dedicare il nostro tempo: una caffetteria, una libreria, un coworking, un centro commerciale, perfino le piattaforme digitali che ogni giorno si contendono la nostra attenzione.
Il vero concorrente, oggi, non è il croissant francese o il maritozzo reinterpretato.
È il tempo.
Per questo motivo il concetto di ospitalità assume un significato completamente nuovo. Non basta accogliere bene il cliente; occorre offrire un motivo per fermarsi, ritornare e costruire un’abitudine.
È proprio qui che i modelli internazionali offrono gli spunti più interessanti.
La Francia continua a rappresentare un punto di riferimento nell’estetica e nella valorizzazione del prodotto, trasformando molte boutique in eleganti café contemporanei. L’Australia ha costruito un modello nel quale bakery, specialty coffee, brunch, design e accoglienza convivono con naturalezza, rendendo il locale uno spazio utilizzabile durante tutta la giornata. Il Giappone, fedele alla propria cultura del miglioramento continuo, ha saputo osservare queste esperienze, perfezionarle e reinterpretarle con una straordinaria coerenza progettuale.
L’Italia possiede tutte le competenze necessarie per dialogare con questi modelli, ma continua spesso a separare ciò che altrove viene progettato come un unico racconto. Il banco, il laboratorio, il caffè, il servizio e gli spazi destinati alla permanenza vengono ancora considerati elementi distinti, quando potrebbero diventare parti della stessa esperienza.
Tra questi, il caffè rappresenta forse l’esempio più evidente.
Per decenni è stato percepito come il naturale accompagnamento del dolce. In molte delle realtà internazionali più innovative è invece diventato uno strumento attraverso cui raccontare il territorio, la filiera, le tecniche di estrazione e il lavoro dei produttori. Non è soltanto una bevanda, ma un linguaggio che contribuisce a definire l’identità del locale.
L’Italia vanta una cultura dell’espresso senza eguali e una tradizione che tutto il mondo ci riconosce. Ciò che può ancora crescere è la capacità di condividere questa ricchezza con il pubblico. Raccontare un prodotto significa aumentarne il valore percepito, creare consapevolezza e trasformare un consumo quotidiano in un momento di scoperta.
Lo stesso vale per la pasticceria. Ogni lievitato racconta una tecnica, ogni monoporzione una ricerca sulle materie prime, ogni dolce una storia fatta di territorio, stagionalità e competenze artigianali. Quando questi contenuti rimangono confinati nel laboratorio, il cliente acquista un prodotto. Quando vengono condivisi, acquista anche il significato che quel prodotto porta con sé.
È una differenza sostanziale.
Le insegne che oggi rappresentano un riferimento internazionale sembrano aver compreso che il vero investimento non riguarda soltanto nuove attrezzature o strategie di comunicazione. Riguarda soprattutto le persone.
La formazione non serve esclusivamente a migliorare un gesto tecnico. Serve a costruire professionisti capaci di interpretare il proprio ruolo come mediatori di cultura. Chi serve un caffè, presenta un dolce o accoglie un ospite contribuisce ogni giorno a definire l’identità del locale molto più di qualsiasi campagna pubblicitaria.
Anche gli spazi stanno seguendo questa evoluzione.
I laboratori diventano visibili, le sedute aumentano, le macchine da caffè assumono una presenza scenografica, il banco perde progressivamente la funzione di barriera per trasformarsi in un luogo di dialogo. Degustazioni guidate, brunch, incontri con produttori, masterclass e momenti dedicati alla scoperta del prodotto non rappresentano semplici iniziative di marketing, ma strumenti attraverso cui costruire una comunità di persone interessate a condividere valori prima ancora che consumi.
L’Italia osserva questa evoluzione partendo da una posizione privilegiata. Pochi Paesi possono contare sulla stessa ricchezza di tradizioni, sulla stessa varietà territoriale e su una scuola artigianale capace di esprimere professionisti riconosciuti in tutto il mondo, ma troppe sono ancora le attività chiuse nel proprio guscio.
Il prossimo passo, quindi, non consiste nell’inseguire modelli stranieri né nell’abbandonare la propria identità. Al contrario, consiste nel valorizzarla attraverso un approccio più contemporaneo, capace di integrare cultura dell’accoglienza, formazione, racconto del prodotto e qualità del servizio in un’unica visione.
Forse la sfida dei prossimi anni non sarà realizzare il dolce perfetto. Quella competenza appartiene già al patrimonio della migliore pasticceria italiana.
La sfida sarà trasformare ogni visita in un’esperienza capace di lasciare un ricordo, in qualcosa da raccontare agli amici.
In un’epoca in cui tutto invita ad accelerare, una pasticceria può ancora diventare uno dei pochi luoghi nei quali scegliere di rallentare. Non semplicemente per consumare un buon dolce, ma per ritrovare il piacere di un gesto fatto con cura, di una conversazione, di un profumo appena uscito dal forno, del racconto che accompagna una tazza di caffè.
Perché il vero lusso, oggi, non è avere più tempo, ma trovare un luogo nel quale valorizzarlo.
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